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Avvertenza sul rischio: I CFD sono strumenti complessi e presentano l'elevato rischio di perdere denaro rapidamente per via della leva. L’84% dei conti degli investitori retail perde denaro quando scambia CFD con questo fornitore. Dovresti valutare se sei in possesso delle conoscenze sul funzionamento dei CFD e se puoi permetterti di affrontare l'elevato rischio di perdere i tuoi soldi. Clicca qui per leggere la nostra Informativa sul Rischio completa.

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Brent Below $100, But for How Long?

Brent sotto i 100 dollari, ma per quanto ancora?

Thu, 05/28/2026 - 13:33

Negli ultimi due mesi il petrolio si è certamente meritato il soprannome di "oro nero", dato che il conflitto in Medio Oriente ha spinto questa risorsa energetica a livelli che non si vedevano dall'estate del 2022. Dai livelli poco sopra i 60 dollari di fine febbraio, il Brent è arrivato a 97,675 dollari il 28 maggio, dopo aver brevemente superato quota 110 dollari nei momenti più critici del conflitto. Poiché un accordo per la pace tra Stati Uniti e Iran sembra ora all'orizzonte, gli investitori iniziano a credere che il peggio per il prezzo del petrolio sia finalmente alle spalle. Tuttavia, come mostra l'andamento laterale delle ultime settimane, porre fine allo shock petrolifero potrebbe rivelarsi molto più difficile che provocarlo.

Oltre al conflitto geopolitico e alla chiusura dello Stretto di Hormuz, l'intera regione deve fare i conti con gravi interruzioni dell'offerta, con la ridotta capacità produttiva dell'OPEC+ e le riserve in Europa e Asia in calo. La domanda ora è se la produzione possa davvero tornare ai livelli precedenti alla crisi e se la domanda si riprenderà automaticamente una volta ripristinata la normale offerta. In questo articolo analizzeremo tutti questi fattori essenziali e altro ancora, cercando di seguire la traiettoria del petrolio verso la cruciale stagione degli esodi estivi nell'emisfero nord e oltre.

Una nuova normalità

Bitcoin potrà anche restare l'asset preferito dal mercato per puntare sulla volatilità, ma il petrolio è tornato ancora una volta a essere la risorsa geopolitica più preziosa al mondo. Attualmente il Brent si muove in modo piuttosto laterale tra 90 e 100 dollari al barile, dopo uno dei periodi più imprevedibili dall'estate del 2022. Dopo lo scoppio della guerra in Medio Oriente, i prezzi sono brevemente schizzati oltre i 120 dollari, con alcune contrattazioni intraday segnalate in area 125–128 dollari durante le escalation del conflitto tra Iran e Stati Uniti, che minacciavano una possibile chiusura per più mesi dello Stretto di Hormuz. Tuttavia, l'elemento distintivo del mercato nelle ultime due settimane non è stato il picco in sé, ma il violento repricing al ribasso ogni volta che emergono voci di un cessate il fuoco o di un accordo sulla navigazione. All'inizio di questa settimana il Brent ha perso oltre il 5% in una sola seduta, scendendo brevemente verso livelli molto più naturali nella fascia alta degli 80 dollari, dopo che i media di Stato iraniani avevano lasciato intendere che una bozza di accordo di pace avrebbe potuto riaprire Hormuz entro un mese.

Il problema è che i trader non si fidano più del tutto dei titoli dei media né dei commenti del venerdì pomeriggio del presidente Trump, con sospetta regolarità improntati alla promessa di pace. Le interruzioni fisiche restano gravi, i costi delle assicurazioni marittime sono ancora molto più alti rispetto a un anno fa e diversi analisti sostengono ormai che nemmeno un cessate il fuoco formale normalizzerebbe i flussi energetici del Golfo prima del 2027 inoltrato. Questo spiega perché il petrolio continua a rimbalzare con forza dopo ogni sell-off. Il mercato si sta gradualmente allontanando dall'idea di prezzare una catastrofe immediata e si sta orientando verso la valutazione di una persistente compromissione strutturale della capacità di offerta. Le scorte globali sono già state fortemente intaccate durante il conflitto; alcune stime indicano cali delle riserve di 4–5 milioni di barili al giorno nei periodi di massima contrazione, mentre i Paesi consumatori attingevano alle riserve per stabilizzare il mercato. Allo stesso tempo, i danni alle infrastrutture in alcune aree del Golfo hanno alimentato i timori che parte della produzione persa possa non tornare rapidamente anche se la situazione diplomatica dovesse migliorare. Si tratta di un cambiamento di tono cruciale rispetto all'inizio dell'anno. Il mercato non si muove più soltanto sulla paura di interruzioni dell'offerta, ma sempre più sulla possibilità che parte delle disfunzioni osservate sia ormai diventata semi-permanente.

Usalo o perdilo

La prossima fase dell'evoluzione del prezzo del petrolio dipende ora dall'interazione tra tre forze: diplomazia, OPEC+ e domanda macroeconomica generale. Dalla stabilizzazione del Brent nell'intervallo 90-100 dollari, l'ipotesi di base del mercato sembra essere che l'escalation tra Stati Uniti e Iran abbia raggiunto il suo picco, ma che un contesto caratterizzato da un'offerta pienamente normalizzata resti ancora lontano. Questa realtà lascia l'OPEC+ in una posizione molto forte. Secondo Reuters, diversi Stati membri starebbero valutando al prossimo incontro un modesto aumento della produzione di circa 188.000 barili al giorno , ma i trader restano scettici sul fatto che ciò possa compensare in modo significativo i flussi mancanti dal Golfo, che rappresentano quasi un quarto dell'offerta globale di petrolio. Ma ancora più importante è il fatto che la capacità produttiva inutilizzata stessa sta diventando motivo di preoccupazione. Gli analisti stimano ora che la spare capacity effettiva dell'OPEC potrebbe scendere a 2,5 milioni di barili al giorno. È un punto cruciale, perché riduce la capacità del mercato di assorbire shock rialzisti dei prezzi.

Nelle crisi precedenti, i trader potevano ragionevolmente presumere che Arabia Saudita e alleati avrebbero alla fine inondato il mercato per compensare le carenze dal lato dell'offerta. Questa volta, però, cresce l'incertezza su quanta offerta realmente attivabile resti disponibile e su quanto rapidamente possa raggiungere i clienti mentre il traffico marittimo attraverso Hormuz continua a essere compromesso. In questo contesto, le condizioni macroeconomiche sono diventate insolitamente importanti. Un dollaro USA forte e rendimenti dei Treasury ancora elevati stanno frenando ulteriori rialzi, perché i trader temono sempre di più che un petrolio stabilmente sopra i 100 dollari possa ripercuotersi sulla domanda, in particolare in Europa e in alcune parti dell'Asia. Nel frattempo, le scorte di greggio statunitensi hanno continuato a diminuire, con l'API che ha recentemente segnalato un'ulteriore flessione di 2,8 milioni di barili, il sesto calo settimanale consecutivo. Il risultato è un mercato stretto tra forze opposte: un'offerta strutturalmente limitata e una domanda globale fragile. Se la diplomazia dovesse compiere progressi significativi e parte dei flussi dal Golfo riprendesse, il Brent potrebbe stabilizzarsi di nuovo nell'intervallo 85-95 dollari nel medio termine.

Ma se i colloqui dovessero fallire o le interruzioni della navigazione persistessero per tutta la stagione estiva della domanda, il mercato potrebbe rapidamente ritestare l'intervallo 110–130 dollari, soprattutto considerando quanto si siano ridotte le scorte e la capacità produttiva inutilizzata. La differenza principale rispetto agli shock energetici precedenti è che questa situazione non appare più come un picco geopolitico di breve durata. Sempre più spesso, il mercato sembra trattarla come una ristrutturazione prolungata della logistica petrolifera globale e del pricing del rischio.

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