Come quasi tutte le principali classi di attivi, anche le azioni statunitensi sono state piuttosto volatili ultimamente, anche se non quanto il petrolio o l’oro. Tra i timori geopolitici che incidono sull’offerta di petrolio e le preoccupanti dinamiche inflazionistiche nella parte finale del 1° trimestre 2026, molti investitori hanno temuto la possibilità di un mercato ribassista prolungato. Eppure, dopo aver perso quasi il 10% nel corso di marzo, quando la guerra ha travolto il Medio Oriente e la cruciale arteria commerciale dello Stretto di Hormuz è stata chiusa, l’S&P 500 e il Nasdaq 100 hanno ormai recuperato tutte le perdite e hanno persino toccato nuovi massimi storici, rispettivamente a 7.143,26 USD e 26.937,28 USD.
Nonostante i colloqui tra Stati Uniti e Iran in Pakistan, la minaccia regionale per il commercio globale e le forniture di carburante è tutt’altro che conclusa. Nel frattempo, il quadro macroeconomico sia negli Stati Uniti sia altrove suggerisce che i mercati potrebbero essere vulnerabili a qualsiasi rialzo dell’inflazione e a potenziali movimenti dei tassi d’interesse. Potremo schiarire le idde solo nelle prossime settimane, quando si capirà se lo scenario peggiore sia già stato prezzato o meno. In questo articolo esamineremo tutti questi fattori fondamentali chiave e altri ancora, per offrire una panoramica informata su dove potrebbe dirigersi il mercato azionario nel medio termine.
Un quadro misto
Come accade ormai da anni, le azioni statunitensi continuano a muoversi vicino ai massimi storici. L’S&P 500 oscilla attualmente intorno alla soglia dei 7.000 punti, lasciando l’indice nettamente in rialzo su base pluriennale ma sempre più sensibile alle dinamiche di valutazione e dei tassi di sconto. In termini di utili attesi, l’indice è scambiato a un multiplo di circa 20–21, con il P/E trailing più vicino alla fascia alta di quota 20. Questo rende le valutazioni sensibilmente elevate rispetto alle medie storiche di lungo periodo, molto più vicine all’intervallo 15–20. Allo stesso tempo, gli utili per azione attesi dell’indice si collocano grosso modo nell’intervallo 340–345 USD, il che implica una crescita degli utili prevista di circa il 14–20%. Questa crescita è trainata in misura sproporzionata dai titoli tecnologici a grande capitalizzazione e dai cicli di spesa in conto capitale legati all’IA, creando un quadro distorto della performance complessiva del mercato e potenzialmente alimentando un’altra bolla in questi settori.
Tuttavia, l’andamento dei prezzi è ormai sempre più determinato da vincoli macroeconomici piuttosto che dal solo potenziale degli utili e dal momentum. Nonostante la performance sorprendentemente resiliente delle aziende in questo persistente contesto di incertezza delle catene di approvvigionamento, l’ottimismo degli investitori continua a essere frenato dall’ambiente restrittivo dei tassi d’interesse. La Fed ha lasciato più di recente il suo tasso di riferimento al 3,75%, un livello molto più alto di quanto Donald Trump e molti investitori vorrebbero. Di conseguenza, i rendimenti dei Treasury USA a 10 anni restano compresi tra il 4,3% e il 4,6%, riducendo il premio per il rischio azionario e rendendo le obbligazioni più interessanti rispetto alle azioni. Ci si aspetta che il candidato di Trump alla guida della Fed, Kevin Warsh, adotti una politica più accomodante alla prima occasione utile, ma lo strumento FedWatch non prevede un altro taglio prima del 4° trimestre 2026.
In attesa di un impulso
Oltre alle valutazioni e ai tassi, altre forze macroeconomiche stanno ora influenzando la rotazione settoriale, se non addirittura la direzione dell’indice nel suo complesso. Il recente rafforzamento del dollaro USA ha creato venti contrari per gli utili delle multinazionali, soprattutto nei settori con un’elevata esposizione ai ricavi esteri. Nel frattempo, questa stessa forza ha contribuito a moderare ulteriormente l’inflazione, che ora si colloca molto più vicino all’intervallo 2–3% in termini headline dopo un lieve allarme a marzo in seguito all’inizio della guerra con l’Iran. Questa dinamica ha contribuito a sostenere i margini aziendali, ma allo stesso tempo ha ridotto l’urgenza di un allentamento monetario aggressivo. Ciononostante, le azioni continuano a essere sostenute da una domanda strutturale costante, con flussi netti continui verso fondi indicizzati ed ETF che aiutano a contenere i ribassi anche nei periodi di volatilità. Infatti, nell’ultima settimana riportata (13–17 aprile) sono confluiti 21,25 miliardi di USD nei fondi azionari statunitensi, un dato in netto aumento rispetto a marzo, quando i flussi netti mensili complessivi erano stimati tra 60 e 70 miliardi di USD.
Come abbiamo già accennato, è importante notare che il peso sproporzionato dei titoli high-tech e legati all’IA in qualsiasi movimento rialzista sta chiaramente contribuendo ad amplificare i guadagni nelle fasi di crescita, ma questo espone anche gli indici a ribassi più marcati se il trend dovesse invertirsi. Guardando avanti, le prospettive per le azioni statunitensi dipenderanno dal fatto che l’attuale crescita a doppia cifra degli utili, oggi nell’ordine della fascia media compresa fra 10 e 20, riesca a continuare a compensare i tassi di sconto superiori alla media che stiamo registrando in questo momento. In caso contrario, sarà necessario un orientamento della banca centrale verso una politica monetaria più accomodante per sostenere ulteriore crescita. Nell’attuale contesto e in assenza di un’escalation delle tensioni geopolitiche o della formazione di una nuova bolla, lo scenario più probabile resta una crescita in gran parte laterale per l’S&P 500 e il Nasdaq 100.
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