L’andamento dell’oro quest’anno è stato tutt’altro che intuitivo, ma nelle ultime due settimane questo paradosso ha raggiunto un livello del tutto nuovo. Dopo la firma del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran del 17 giugno, il metallo giallo è riuscito a stabilizzarsi brevemente e a recuperare verso i 4.166 $. Tuttavia, il sollievo è durato poco. La dichiarazione di Trump al vertice NATO di Ankara di questa settimana, secondo cui il cessate il fuoco era “finito” e “una perdita di tempo”, proprio mentre le forze statunitensi lanciavano nuovi attacchi contro l’Iran e Teheran rispondeva colpendo 85 siti militari USA nel Golfo, ha fatto salire il petrolio di oltre il 5%, ha riacceso i timori sull’inflazione e ha spinto l’oro nettamente al ribasso, fino a circa 4.055 $ nel minimo intraday dell’8 luglio. A oggi, l’oro spot si attesta a 4.075 $, circa il 27% sotto il massimo storico di 5.597 $ raggiunto il 29 gennaio, ed è ancora alla ricerca di un supporto in uno degli scenari macroeconomici più disorientanti degli ultimi anni. L’argento non è andato molto meglio, perdendo il 4,5% mercoledì e scendendo a 57,33 $; le stesse forze che pesano sull’oro, infatti, hanno afflitto anche le prospettive sulla domanda industriale del metallo bianco.
L’ironia nella storia dell’oro nel 2026 sta anzitutto nel fatto che si sono verificati tutti i classici fattori in grado di sostenere un ciclo rialzista duraturo, tra cui guerra, rincari dell’energia, inflazione e incertezza sul dollaro. Eppure, il metallo prezioso si rifiuta di reagire come suggerirebbero i precedenti storici. Per capire perché, occorre esaminare le due forze che stanno attualmente spingendo l’oro in direzioni opposte: il contesto macro dei tassi e il quadro della domanda strutturale che sostiene il mercato.
Geopolitica come rischio d’inflazione, non come catalizzatore per i bene rifugio
Il meccanismo con cui l’escalation geopolitica sta di fatto danneggiando l’oro, anziché sostenerlo, è diventato uno dei temi centrali del 2026 e merita un’analisi più approfondita. Quando gli attacchi iraniani fanno salire i prezzi del petrolio, come è accaduto di nuovo questa settimana con il greggio tornato sopra i 90 $, la reazione immediata del mercato non è prezzare una fuga verso la sicurezza. Al contrario, sembra prezzare un’inflazione più elevata e, di conseguenza, una Federal Reserve più aggressiva. Il rimbalzo del petrolio ha quindi riacceso le preoccupazioni sull’inflazione: il CME FedWatch Tool indica che la probabilità di un rialzo dei tassi della Fed a settembre è salita dal 58% al 68% in una sola seduta dopo i commenti di Trump sul cessate il fuoco ad Ankara. Inoltre, i rendimenti dei Treasury USA a 10 anni sono rimasti elevati, con il benchmark intorno al 4,57%, vicino ai massimi da fine maggio. I verbali della Fed di giugno, pubblicati mercoledì, hanno confermato che solo pochi membri erano favorevoli a un aumento immediato dei tassi, anche se il comitato ha espresso una crescente preoccupazione per l’inflazione: un segnale tipicamente ambiguo da parte di una Fed che, sotto il nuovo presidente Kevin Warsh, ha deliberatamente abbandonato la forward guidance.
Bank of America, in una nota diffusa questa settimana, ha ridotto del 14% la sua previsione media per l’oro per il 2026, portandola a 4.360 $, sulla scia di una Fed più restrittiva, pur mantenendo l’idea che quota 5.000 $ resti raggiungibile una volta concluso il ciclo di stretta. Goldman Sachs, intanto, ha mantenuto il suo obiettivo di fine anno a 4.900 $. Il filo conduttore di entrambe le previsioni è che il percorso dell’oro nel breve termine dipende da una Federal Reserve che si trova in una posizione quasi impossibile. Gli stessi eventi geopolitici che, secondo la teoria classica, dovrebbero spingere gli investitori verso l’oro stanno al tempo stesso alimentando la dinamica inflazionistica diventata il principale ostacolo per il metallo. Finché non si vedrà un vero cessate il fuoco, un crollo del prezzo del petrolio guidato dalla domanda o una sorpresa decisiva al ribasso sull’inflazione, è probabile che l’oro resti sotto pressione dal lato macro dell’equazione.
Le banche centrali comprano sul ribasso, e poi comprano ancora
Eppure, se si guarda a un orizzonte temporale significativo, la narrazione macro ribassista racconta solo metà della storia, probabilmente anche la metà meno importante. Nel giugno 2026, la People’s Bank of China ha aggiunto 14,93 tonnellate d’oro, il maggiore acquisto mensile dal 2023, estendendo la serie di acquisti a 20 mesi consecutivi, la più lunga almeno dal 2015. È significativo che questa accelerazione degli acquisti sia arrivata mentre l’oro si attestava vicino ai minimi del suo peggior calo trimestrale degli ultimi tredici anni. Attualmente, l’oro della Cina rappresenta solo circa l’8,8% delle sue riserve valutarie totali, contro una media globale delle banche centrali del 27%. Questo divario, come ha osservato un analista, rappresenta “un progetto strutturale lungo decenni, indipendentemente da ciò che decide la Fed”. La Polonia, intanto, guida da inizio anno la classifica degli acquisti delle banche centrali, con 64 tonnellate acquistate a maggio.
Nel frattempo, l’Uzbekistan ha aggiunto 41 tonnellate, diventando il secondo maggiore acquirente sulla base dei dati disponibili. Un sondaggio del World Gold Council pubblicato a giugno ha rilevato che l’89% delle banche centrali a livello globale si aspetta un aumento delle riserve auree ufficiali nei prossimi 12 mesi, mentre un 45% record prevede di incrementare le proprie disponibilità, indicando come principali fattori l’ansia legata ai conflitti commerciali e la de-dollarizzazione. Dal 2022, le banche centrali hanno acquistato in media circa 1.000 tonnellate d’oro all’anno, il doppio rispetto al ritmo del decennio precedente. Questa è la base su cui poggia l’oro, e resta solida come sempre. Per gli investitori, ciò significa che l’attuale correzione, pur essendo piuttosto dolorosa, si sta verificando in un contesto di domanda istituzionale incessante e poco sensibile al prezzo da parte dei gestori di riserve più sofisticati al mondo, che acquistano non in funzione di ciò che l’oro farà in questo trimestre, ma di ciò che rappresenterà nei prossimi trent’anni. Per chi condivide un orizzonte simile, o anche solo ha interesse per una possibile svolta futura del ciclo dei tassi, l’attuale area tra 4.000 $ e 4.400 $ potrebbe finire per apparire come uno dei punti di ingresso più interessanti nella storia recente del metallo.
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